Contagio da covid: il datore di lavoro risponde penalmente e risarcisce?

Contagio da covid: se il lavoratore – dalla scuola alla fabbrica- si ammala ne risponde il datore di lavoro?
Prima di tutto, trattandosi di un virus aereo, non sarà facile dimostrare che l’infezione è stata contratta sul luogo di lavoro. La legge 24 aprile 2020 all’art. 42 qualifica l’infezione da Covid 19 come infortunio.
Questa scelta (perché poteva essere anche qualificata come malattia) apre il dibattito sulle figure deputate alla sicurezza sui luoghi di lavoro e quindi sulle deleghe.
Tutte le parti in gioco invocano dei protocolli, ma per il momento non ce n’è traccia nemmeno nell’ultimo Decreto Rilancio.

Infezione da Covid 19 è un infortunio e ciò vale per il settore pubblico e privato

L’art. 42 del d.l. 17 marzo 2020 n. 18 (Legge 42/2020) al comma 2 prevede:
Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato…”
L’INAIL provvede a erogare le sue prestazioni anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato.
Quanto detto si applica ai datori di lavoro pubblici e privati.
L’INAIL emana anche una circolare  n. 13/2020.

Infortunio e non malattia, cosa cambia?

Aver trattato l’infezione come un infortunio, invece che una malattia, implica la violazione delle norme in materia di sicurezza e salute sul lavoro.
Ma questa interpretazione lascia aperti troppo punti interrogativi. Dato che si tratta di un virus sconosciuto quali sicurezze avrei potuto mettere in atto quando nulla si sapeva sull’infezione?
Questo non si può dire nei confronti di soggetti dotati di una particolare qualifica sanitaria, che invece conoscevano il rischio e che avrebbero dovuto e potuto arginare il contagio (RSA, fabbriche ecc).
Se si tratta di un infortunio significa che il responsabile potrà vedersi imputare il reato per lesioni o omicidio colposo; cui consegue l’onere a carico del datore – se si tratta di attività sanitarie o con frequente contatto con il pubblico – di provare che il contagio da covid non sia stato contratto sul luogo di lavoro.
Prova assai complessa da fornire!

Conoscenza delle caratteristiche del contagio da covid

A quanto detto deve aggiungersi che risulterà di importanza fondamentale il momento del contagio.
Infatti se mi ammalo a febbraio cosa mai potrò pretendere in tema di sicurezza? Ma se mi ammalo a maggio, dove le misure di prevenzione sono conosciute anche dai bambini, sarà più facile dimostrare di aver adottato tutte le cautele o, di converso, che  non le ho adottate.
Per cui le informazioni, i protocolli, le linee guida permettono, sulla base delle conoscenza di oggi, di organizzare il luogo di lavoro in sicurezza.
Pertanto, se ho adempiuto a tutte le misure cui sono tenuto, e il lavatore si ammala, non potrò essere chiamato a risponderne  ex art. 2087 CC:  “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Agevolazioni fiscali per adeguamento e sanificazione

E’ notizia ormai conosciuta che i costi della sanificazione non gravano integralmente sulle aziende.
Questa scelta vuole agevolare i datori di lavori e, del pari, sostenere la richiesta di sicurezza dei lavoratori. Per cui sarà lo Stato che si graverà della maggioranza dei costi.
Il datore, sulla scorta di quella che è la giurisprudenza consolidata, per ritenersi esautorato da responsabilità per contagio da Covid, al momento attuale (maggio 2020) dovrà dimostrare di aver adottato tutte “le misure di prevenzione possibili e praticabili nell’azienda, nonché concretamente attuabili” non potendo rispondere per quelle misure cd. imprevedibili (Cass. n. 8911/2019 )

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