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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA PENALE
Sentenza 27 febbraio – 18 aprile 2018, n. 17442
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SARNO Giulio – Presidente –
Dott. BIANCHI Michele – rel. Consigliere –
Dott. DI GIURO Gaetano – Consigliere –
Dott. CENTONZE Alessandro – Consigliere –
Dott. RENOLDI Carlo – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
M.A. nato il (OMISSIS);
avverso la sentenza del 22/03/2016 del TRIBUNALE di
2. Contro tale provvedimento, il difensore dell’imputato ha proposto impugnazione,
trasmessa a questa Corte ai sensi dell’art. 568 c.p.p., comma 5, deducendo i seguenti
motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173
disp. att. c.p.p., comma 1:
– violazione di norme processuali, per non aver il Tribunale ammesso l’imputato alla
oblazione;
– violazione della legge penale, per aver il primo giudice ritenuto la sussistenza del fatto
nonostante l’assenza di pericolo per l’ordine pubblico;
– difetto di motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.
Motivi della decisione
Il ricorso è infondato e va perciò respinto.
Si deve innanzitutto rilevare che, esattamente, l’atto di impugnazione, qualificato dalla
parte come “atto di appello”, è stato trasmesso a questa Corte, essendo relativo a sentenza
di condanna alla sola pena dell’ammenda e quindi non impugnabile con appello, ai sensi
dell’art. 593 c.p.p., comma 3, ma solo con ricorso per cassazione.
E’ stato precisato che trattasi di mera qualificazione giuridica dell’atto processuale e che la
verifica delle condizioni di ammissibilità va compiuta alla stregua delle norme che
disciplinano il mezzo di impugnazione ammesso dall’ordinamento (Sez. Un. 31.10.2001,
Bonaventura, Rv. 220221).
1. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione di norme processuali per aver il primo
giudice negato l’ammissione all’oblazione, pur ricorrendone i presupposti.
L’istituto previsto dall’art. 162 bis c.p. richiede la sussistenza di alcuni requisiti di
ammissibilità (il titolo del reato, il pagamento della metà del massimo edittale, le
condizioni soggettive ed oggettive) e la positiva valutazione, discrezionale, del giudice in
ordine alla entità del fatto.
A fronte dell’ordinanza di rigetto, che ha fatto riferimento alla gravità del fatto, il motivo di
ricorso non ha proposto alcuna critica specifica alla motivazione data sul punto dal
Tribunale, ma si è limitato a proporre una propria, e alternativa, valutazione dell’entità del
fatto, contestando non la motivazione del rigetto, bensì il contenuto stesso della decisione.
Il motivo proposto risulta quindi formulato solo genericamente e comunque per motivi non
consentiti.
2.1. Il secondo motivo deduce che erroneamente sarebbe stata ritenuta la sussistenza del
fatto, pur in assenza di alcun pericolo per l’ordine pubblico.
Sul punto, è stato precisato che la fattispecie di cui all’art. 660 c.p. è reato c.d.
plurioffensivo, in quanto tutela la pubblica tranquillità dai negativi riflessi che possono
derivare dalle offese alla quiete della singola persona (Sez. 1, 4.5.2016, Calò, Rv. 267112;
Sez. 1, 27.6.2014, Terzi, Rv. 261234; Sez. 1, 28.2.2002, Nurcaro, Rv. 221373).
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Il ricorrente ha sostenuto che il Tribunale avrebbe affermato il pericolo per l’ordine
pubblico, e quindi la sussistenza del fatto, solo sulla base della percezione, da parte della
persona offesa, del carattere ambivalente dei messaggi telefonici.
In realtà, la sentenza impugnata ha dato atto del turbamento patito dalla persona offesa per
il carattere ambiguo delle comunicazioni dell’imputato, ma ha anche evidenziato che quelle
comunicazioni avevano interferito “sgradevolmente nella sfera privata della persona
offesa, comprensibilmente privata della possibilità di vivere una quotidianità serena, attesa
l’invadenza e l’intromissione continua da parte dell’ex coniuge”.
2.2. Il motivo denuncia anche il difetto di motivazione in ordine all’elemento soggettivo
del reato, che il Tribunale avrebbe desunto esclusivamente dall’accertato turbamento della
tranquillità della persona offesa.
In realtà, dalla esposizione dei fatti compiuta dalla sentenza impugnata emerge coerenza
piena tra il contenuto dei messaggi, gravemente offensivi, e la reazione di turbamento
provata dalla persona offesa: la consapevolezza e volontà dell’imputato di recare disturbo
non è provata dalla reazione soggettiva della persona offesa, bensì dalla condotta stessa
posta in essere, dalle caratteristiche che chiaramente rivelano una volontà finalizzata a
creare disturbo al destinatario dei messaggi.
Il motivo risulta quindi infondato.
3. Il ricorso va quindi respinto, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 27 febbraio 2018.
Depositato in Cancelleria il 18 aprile 2018.

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